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Una quaglia per Natale

Sembra accaduto ieri e invece sono passati tanti anni, quasi quelli di una generazione.
una storia di molti anni fa, quando ci vivevano accanto delle persone che ora non ci sono più, e non c’erano ancora quelli che ora sono già uomini. Ma la città non era molto diversa da quella ch’è oggi, una quieta città di provincia, con accanto il fiume limaccioso, i campi coltivati, i filari di pioppi, e, all’orizzonte, la linea mossa ed azzurra delle colline.
Ma c’era la guerra.
Nell’appartamento al primo piano dell’antica casa erano restate solo le donne, tre anziane signore e due giovani: la madre vedova con due sorelle ormai vecchie e due figlie, giovani, ma come sfiorite e precocemente intristite in quell’atmosfera di preoccupazione, di ansia per la sorte dei fratelli al fronte, di cappotti rivoltati, di attesa angosciosa del peggio, di tessera annonaria.
Il pendolo a torre dell’anticamera suonava da decenni le ore con un timbro metallico e familiare, ma ora molto spesso il suono si alternava con l’urlo delle sirene d’allarme.  E allora le donne si radunavano in fretta: “Zia Rina, mamma, zia Luisa, Lia, siete pronte? Svelte scendiamo nel rifugio. Hai preso la borsa.”   E giù a precipizio per le scale strette e buie nel rifugio pubblico, preparato proprio nelle cantine del palazzo, con le lugubri palafitte di legno, i muri che si intravedevano umidi e neri nella penombra, il cuore che batteva forte, qualche bimbo avvolto nelle coperte, stretto tra le braccia della mamma, delle vecchie con il rosario tra le mani.
Che vita. Ma fuori, al cessato allarme, le ragazze ritrovavano il sole, sentivano l’odore del fieno appena tagliato sui prati oltre le mura, rinasceva la speranza che per quel giorno fosse finita, che i fratelli scrivessero, che qualche parente arrivasse con un pane bianco, o qualche uovo o, addirittura, con un salame.
Qualche volta accadeva il prodigio di un regalo commestibile e allora a tavola le donne erano meno tristi e più loquaci del del solito e trovavano perfino da scherzare sullo spago o sul pezzo di latta trovati il giorno prima nel pane, sulla pasta che sembrava fatta di segatura di legno o sull’unica mela, da dividersi un pezzo ciascuna.
Ma un giorno accadde veramente qualcosa. La sorella più giovane aperse la porta al suono del campanello e chiamò tutte le donne di casa.
“É arrivato Luigino!”
Fu una gioia grande, un intrecciarsi di saluti e di abbracci. Luigino era il fratello maggiore che, nel passaggio da un fronte di guerra ad un altro, aveva trovato il modo di dare una scappata a casa. Era stato uno dei più turbolenti alunni del Liceo classico, un contestatore prima del tempo, alto, forte, biondo e simpatico, e con quel diminutivo addosso. Ma nessuno, tra gli amici, parlando di un Luigi, avrebbe pensato a Luigino.
Adesso era lì, quasi rapato a zero, con la divisa che sapeva di caserma e di tradotta, in un atteggiamento dimesso e faceto insieme. Non avevano ancora finito di salutarlo, che egli mise la mano in tasca e ne cavò una quaglia.
“Tenetela, disse, l’ho trovata in via XX Settembre, venendo dalla stazione.”
Le sorelle giovani non avevano mai vista una quaglia viva.  Avevano solo fin da bambine ammirato una quaglia ricamata su seta da una nonna, insieme con “un’allodola de’ campi e cutrèttola lugubre” che, messo in quadro pendeva tristemente da una parete del salotto.
La presero in mano, le lisciarono il capo, ne sentirono l’impaurito battito del cuore e si chiedevano inutilmente come mai si fosse trovata in una via del centro e si fosse lasciata prendere.
Luigino, per quello, era sempre stato svelto. Quand’era in campagna da ragazzo, pescava con le mani, frugando sotto i pietroni del torrente, i pesci, ficcandogli le unghie nel corpo, prima di sbatterli sulla ghiaia.  Ma una quaglia, sembrava impossibile.
Nella stanza si incrociavano le voci: “ Ecco, vola! “.   “ Chiudete le finestre ”.  “ Va a prendere qualche briciola “.   “ Ecco una tazzina d’acqua “.
La quaglia faceva solo dei brevi voli, forse aveva un’ala o una zampina rotta.
Luigino ripartì per il fronte e la quaglia rimase in casa, oggetto della curiosità di quanti la vedevano svolazzare. E a tutti veniva raccontata la stessa storia, che l’aveva trovata Luigino per strada, che era una bestia singolarmente intelligente e teneva compagnia.
Aveva imparato a conoscere le donne di casa e soprattutto le due vecchie zie, che passavano tutto il giorno con lei.  Le distingueva.  La zia Rina, che aveva sempre avuto un debole per Luigino, la colmava di attenzioni, le parlava, se la teneva accanto anche a tavola;  la quaglia le volava attorno, le si posava sulle spalle quando riordinava le stanze, le beccava teneramente il lobo delle orecchie e la zia: “ Mi ha dato un bacio ”, diceva.  La zia Luisa, che aveva invece sempre avuto un debole per l’altro fratello, la ignorava, forse ne provava un certo fastidio; non solo, miope com’era, l’aveva qualche volta calpestata, camminando per le stanze, e la quaglia si vendicava, avventandosi col becco contro le sue scarpe; le beccava le calze e le tirava col becco fino a romperle, ed erano grosse calze di cotone.
Un giorno la quaglia stupì tutti: non faceva il solito verso, ma cantava come un usignolo, o un altro uccello dal canto melodioso.  Era straordinario ascoltarla, sembrava una cosa inspiegabile, misteriosa.
La quaglia intanto, col passare dei mesi era diventata grassa, pesante, ancora più lenta nel suo breve svolazzare; e un giorno vicino a Natale, forse forse impaurita per le troppe persone che si erano riunite nel caldo della cucina, cadde a capofitto in una bacinella d’acqua bollente, sull’acquaio.   Le donne gridarono per il raccapriccio e il dispiacere.  La più vecchia fu pronta a sollevarla per un’ala dall’acqua fumante e a metterla sulla tavola.  Non servirono a niente gli impacchi e le pomate.  La bestiola morì poco dopo, con intorno le piume staccate, con la pelle delle zampine rigonfia, come quella delle zampe dei polli, quando si bruciano sulla fiamma per ripulirli, prima di metterli in pentola.
Le ragazze corsero piangendo nello studio, e non vollero vedere la quaglia morta nè sentirne parlare.
Ma le tre donne rimaste in cucina cessarono presto il compianto: “È grassa, però” disse una.   “Già”, ammise l’altra, palpando il petto e le cosce della quaglia.   “ E poi, le piume le ha già perse quasi tutte. Si farebbe presto”, incalzò la zia Luisa.
“Tanto, anche se la buttassimo nella pattumiera, la mangerebbero i gatti” ammise tristemente la zia Rina.
“Ma non diciamo niente alle ragazze, che non la mangerebbero, se lo sapessero”, ammonì la mamma.
Così in quel Natale di guerra, insieme con la gallina lessata, fu portata in tavola, su un piccolo piatto, una piccola quaglia arrosto, bruna e dorata, ancora legata con lo spago.
Le tre  vecchie fingevano indifferenza, ma trattenevano il respiro.  Le due giovani capirono, si guardarono negli occhi, e non dissero nulla.  La zia Rina finalmente disse:  “Bisogna seppellirla. Domani, Luisa, andremo al Camposanto vecchio e la seppelliremo.”
Fu così che, nel pomeriggio di un lontano Santo Stefano, due vecchie signore vestite di nero si avviarono fuori città, oltre S: Maria di Campagna, oltre Borgo Trebbia, per scavare una piccola buca e seppellirvi una quaglia arrosto, mentre tutt’intorno si stendeva silenziosa la pianura, biancheggiava al pallido e basso sole il greto del Trebbia e le scheletrite boschine del Po segnavano con sottile trama l’orizzonte.  E forse al di sopra volavano altissime le cupe formazioni dei bombardieri.   
Ma era la quaglia di Luigino.